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Lettere Impossibili: i vincitori del contest

Trentadue partecipanti. Una vincitrice: Ilaria Sisto. Cinque testi selezioni: Adriano Cantagallo, Tommaso Carli, Benedetta Galassini, Valerio Righini e Sofia Stucchi. Sono i risultati del contest Lettere impossibili lanciato lo scorso 8 dicembre. Ed è con piacere che li pubblichiamo tutti e sei: scoprite quali sono le migliori lettere impossibili!


Ilaria Sisto

Veniste per un sogno

Al Signor Neil Armstrong, navigatòr dei cieli

Magnifico Signore,

riprendo ora la penna per narrarVi cosa veggo da questo loco di severa beltade su cui balzammo insieme, pur facendo picciol passo. Vi rammentate ancora?

Quattro destrier via più che fiamma rossi al giogo mi portaron quivi. Ed ebbi doppia meraviglia: che da vicino la Luna era sì grande, mentre da Terra sembrava un picciol tondo, una moneta che si perde fra le dita. Non provaste anche Voi questo stupore? Veder da Terra un tondo sì piccino, e trovarvi poi immenso deserto?

Quando infine giunsi a quel che Voi Mar della Tranquillità nomaste, attonito rimasi: ché quivi trovai Voi!

E Voi mi diceste che veniste per un sogno: fare le cose non perché sono facili, ma perché sono difficili. Allora anch'io compresi: anche Voi eravate quivi a recuperar qualcosa!

Quivi sulla Luna tutto quel ch'è perso sulla Terra si raduna: i secoli passati a negar ciò che la ragion palesa; l'ozio di chi fissa quei piccoli specchietti illuminati più che stelle; le vite sperperate a inseguir, profanando selve e mar, fatue ricchezze; quel verde che si brucia per racimolare un poco d'oro; le speranze ne' signori che promettono futuri e donan guerre.

Ma ecco or perché Vi scrivo: quel sogno vostro era un liquor suttile e molle, che evapora veloce se non si tiene stretto stretto. E veggo ora che è di nuovo innanzi a me, a danzar feroce in un'ampolla.

Tornate dunque, se potete, e dite ai Vostri: quanto fia meglio scoprir le stelle che contar armi e monete! Che 'l senno non si trova in quei palagi ove si consuman stragi, ma in color che dell'ignoto osan varcar l'angusta soglia.


Ché d'amor per un sogno non si diventa matti; che 'l senno è perso sol quando da' sogni siam sottratti.

Astolfo,
paladino sempre vostro


Adriano Cantagallo


Eccellentissimo Min. Cul. Pop.,
cos’ha gli occhi di una fata e il morso di una serpe?
La risposta è La Natura.
Oppure Giolitti
Ma soprattutto, la storia che sto per raccontarti.
Questa storia la conosci, o meglio, pensi di conoscerla. Ma non è così.
C’è una selvatica femmina che parla coi cani, telepaticamente.
Ti perdi i cani, lei con la mente li ricontatta e te li riporta.
La puoi pagare con le pigne. Oppure coi funghi.
Lei vive col marito, 3 pupi, in un arcadico bosco d’Abruzzo, con un secchio al posto del bagno.
I pupi mangiano i funghi.
E poi arriva solerte l’elicottero del prode pronto soccorso.
Poi arriva il tribunale.
Le tolgono i pupi. Segue italico putiferio. E poi?
Magnanimo cuoco dona bucolico casale a questa famiglia e risolve tutto.
Lieto fine? Vissero felici e contenti?
Ma giammai! Ma come ti viene in mente!
Semmai è la premessa perfetta di un delitto perfetto!
Magnanimo cuoco in realtà ha già ucciso un uomo coi funghi avvelenati (manco velenosi: avvelenati) e l’ha nascosto nel casale donato ai dolci selvaggi.
La polizia scopre il cadavere e ingabbia i selvaggi col precedente dei funghi.
Delitto perfettissimo!
Ma attenzione. Colpo di scena!
Un cane abbaia telepaticamente alla selvatica femmina: “il casale è una trappola, salvati!”, proprio come il pupo con la scintillanza di Shining.
Il marito no, non si salva.
Lui non crede ai cani che abbaiano alla moglie e miseramente finisce al gabbio.
Insomma Ministro, questo film va fatto.
C’è tutto: amore, odio, morte, Abruzzo, colpi di scena, elicotteri, cani che parlano e pioggia di Oscar nel pineto. E io voglio danzare sotto questa pioggia.
Esigo dunque la vostra pecunia affinché io Vate possa tramutare in visione ardente questo sogno che già incendia la mia mente.
Ovviamente faccio la scena con l’elicottero. Anzi, faccio L’Elicottero.


Tommaso Carli


Lettera di Santa Caterina da Siena a Monna Moana

A Moana Pozzi,
nel nome di Cristo crocifisso e della Madonna dolcissima.
Vi scrivo dopo tormentate riflessioni sul vostro conto.
Ricordo ancora il più fedele et stimato dei miei caterinati giungere al mio cospetto, titubante nel farmi per primo il vostro nome. ‘Vegli su questa fanciulla’ mi disse ‘prodigio dell’ingegno del Signore Nostro; è devota et in lei intravedo la fiamma che arde negli occhi vostri, Serva delle Serve del Creatore’. A quel punto con quella fiamma devo averlo fulminato, accecata dalla convintione che io sola fossi l’ultima delle serve del Signore; ma balbettante ebbe ancora l’impudenza di o endermi lo stolto, poiché si dà il caso che la vostra chioma aurea gli ricordasse tanto la mia; così il vostro viso celeste, tanto simile a quello della giovine e suadente senese che io ero e deturpai.
Nel tedio di dover co-patronare l’Italia, alla fine, davvero ho vegliato su di voi: certo fui sconvolta dalla creatività di Nostro Signore, ma non ebbi più dubbio, dopo che vi vidi così tanto a lungo inginocchiata - o in altre pose che mai avrei immaginato fossero realizzabili- che era Lui a dettarvi la via. I tempi cambiano: a Gregorio XI ora c’è Craxi, alle epistole (e alle pustole) altro è il linguaggio che Dio vi ha imposto per piegare al suo disegno le sedi del potere: l’Amore che ispirò il vostro partito, io so che in realtà era rivolto soltanto a Cristo nostro Beatissimo. Vi scrivo dunque perché ho riconosciuto in voi una devota serva del Signore e vi annuncio che ho deciso di farmi garante io stessa della vostra Beatificatione.
Gesù dolce, Gesù amore.

P.s. So che usavate fare il bagno nel latte di capra, io nell’acqua con cui lavo le pustole dei lebbrosi, avremo molto da dirci in ammollo.


Benedetta Galassini


Londra, 24 dicembre 1928

Dio ti benedica, Mrs. Heargraves! O dovrei chiamarti Miss Liddell, ora che il tuo muscoloso marito ha reso la mazza da cricket all’Altissimo?
A proposito, ti porgo le mie condoglianze - o qualunque altro salamelecco prevedano le circostanze - ma ti confesso che saperti in città, è per me motivo di grande gioia.

La governante mi ha riferito a malincuore di averti vista a Kensington. Da quando ha perduto l’impiego di bambinaia in Cherry Tree Lane - si dice per via di certe pillole - spera che la sposi per il gusto di seppellirmi anzitempo assieme al vecchio Scrooge.

So di dovere la mia vita a quel micragnoso bastardo, ma non dimentico come mi ha illuso per poi abbandonarmi ancora in balia del rachitismo, senza soldi o medicamenti.

Prima mi obbliga a tracannare un gallone di melma maleolente e poi se ne esce con: “Sei guarito, Piccolo Timmy, goditi la vita!”. Di quale vita avrei dovuto godere, con due stuzzicadenti per gambe e una paga da garzone?

Cosa non si fa oggigiorno, per un po’ di pubblicità!

E tanto più il vecchio arricchiva, quanto più il suo slancio filantropico scemava come una candela di sego.

Non fosse stato per quei tuoi portentosi galenici a base di funghi, Alice cara, avrei dovuto imbarcarmi su una baleniera come un Ismaele qualsiasi e mantenermi in vita a suon di olio di fegato di merluzzo.
Invece, a novant’anni suonati, tiranneggio ancora i miei impiegati e ho brevetti e spedizioni in tutto il mondo.

Ma bando al rancore! Domani è Natale e avrò ospiti i Darling, i cui figli, affetti da una singolare forma di progeria, si riforniscono alla mia farmacia per contenere una seccante propensione a spiccare il volo dai cornicioni.

Se ti unirai a noi, avremo coniglio albino in fricassea e brodo di tartaruga.
Crepi l’avarizia!

Tuo,
Tim Cratchit


Valerio Righini


Valujki, Russia, 28 gennaio 1943

Al sergentmagiú Mario Rigoni
Battaglione Vestone – 6° Alpini

Caro sergentmagiú,
io ti debbo delle scuse perché a un certo punto non t’ho più visto. Cercavo di uscire dalla sacca per raggiungere la stazione di Nikolajewka. Ci eravamo appena mossi quando i russi si son messi a lanciare colpi di mortaio. ’n casì. Sergentmagiú, ti ho visto passare oltre il sergente Minelli, verso l’isba. Pensavo che eri morto. Una mitragliatrice ti ha puntato, i proiettili ti son passati a un centimetro. Quando hai raggiunto l’isba ho tirato un sospiro. Poi, più visto. Il Minelli, invece, lui l’ho trovato steso, le gambe fracassate. Stava circa a venti metri da me quando l’anticarro l’ha colpito. Sergentmagiú, ti devo dire che penso che il Minelli ci muore. Piangeva. «El me s’cet», diceva «El me s’cet». Son rimasto con lui poco, pallottole di un mitra mi han sfiorato e mi son gettato nella neve per fingermi morto. Go patìt ’n frécc. Con me c’era anche il Cenci, lo guardavo e non capivo se era vivo o morto. Forse tu hai pensato che ero morto, ma non lo sono. Io sto bene. Altri son morti. Rino è morto dopo essere stato ferito a una spalla. Raul è morto nel saltar giù da un carro. Si è preso una raffica. Sergentmagiú, mi dispiace darti solo brutte notizie. Ci ho provato a portarti le munizioni, ma poi sono arrivate le raffiche di mitra, ti dicevo, e mi son finto morto nella neve. Le munizioni le ho portate al sottotenente. Anche il cappellano è morto. Andava a recuperare un ferito e l’han colpito. «Scrivete a casa» diceva sempre.
Son sul treno per l’Italia. Sergentmagiú, ghe rivarò a baita. Te ghèvi rasun. Appena arrivo me la sposo, adès ne son convinto. È il caso che me la sposo. Chi me ’l ciàpa a mé?

Sergentmagiú, spero che ghe rivarè anca ti a baita. Tornerai sulle tue montagne, e magari te végn a catàt. Questa guèra l’è ’n strazi.

Giuanin


Sofia Stucchi


Carissimo, Vi scrivo per una questione annosa. È da mesi che discuto delle mie vacanze con il Direttore, quello schiavista. «Ma chère madame, propriò nel periodò di massimò afflussò?» Ebbene sì, voglio partire ad agosto. Potrò ben godere di due settimane di ferie, maturate in più di cinquecento anni di servizio. Gli ultimi duecento, tra l’altro, trascorsi in posizione di particolare responsabilità. Secondo lui, dovrebbe bastarmi il giorno libero infrasettimanale, peraltro regolarmente disturbato dal vociare scomposto di quelli delle Nozze Di Cana. Sempre in festa con la scusa del matrimonio, che però dura, a ben vedere, da parecchi secoli. Ma lasciamo stare i vicini. Il mio è un lavoro intenso. Rapportarsi con il pubblico richiede gentilezza e affabilità, anche con chi non è dotato di adeguata educazione, se mi è concesso lo sfogo. Alcuni si permettono commenti poco lusinghieri sul mio aspetto, ipotizzando stati interessanti o una propensione alla rotondità.

Sorvolo sulle caricature con baffi e copricapi improbabili. È il sorriso a sfinirmi: perennemente teso ma non smisurato: elegante. Gli angoli della bocca ne risentono specialmente. Per questo, caro genio, Vi scrivo: ho bisogno del vostro aiuto. Ho chiesto a una collega se fosse disponibile a una sostituzione. La Dama si è detta felice di lasciare temporaneamente Cracovia per un periodo più mondano a Parigi. La sua bestia, però, potrebbe risentire del caldo eccesivo. Ci chiedevamo se poteste badarci voi? Vedrete che l’ermellino è estremamente mansueto e si nutre da solo. Sicuramente c’è abbondanza di lucertole e piccoli roditori anche a Vinci. Non vi darà problemi, in quanto si ricorda con affetto di quando lo avete dipinto.

Vi ringrazio in anticipo dell’aiuto che non mi negherete.

Indelebilmente vostra,

Lisa


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